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Avatar_20160325232234.jpg   RADICALI LIBERI, UNA TEORIA RIDICOLA NELLA STRADA PER LA CONOSCENZA DELLA VITILIGINE
(VITILIGINE > Nuove scoperte scientifiche)
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Radicali liberi, una teoria ridicola nella strada per la conoscenza della vitiligine

di Dott. Giovanni Menchini

"Gli errori, come pagliuzze, galleggiano sulla superficie: chi cerca perle deve tuffarsi nel profondo. John Dryden"

Da qualche anno, la ricerca scientifica sulla vitiligine, si è arenata sulle acque basse degli antiossidanti. Come una stanca balena non ha riconosciuto la pericolosità delle acque dove nuotava e non ha notato un errore banale.
Nella scienza che gravita attorno alla vitiligine esistono dei punti certi (ancora non molti, purtroppo), punti sui quali i ricercatori dovrebbero fare perno con il loro intelletto per innalzarsi verso nuove vere scoperte.
Purtroppo invece si assiste ad un inseguirsi di articoli scientifici che partono da assunti di altre pubblicazioni piene di BIAS (errori metodologici), questo negli ultimi anni ha causato la costruzione di un castello di carte di informazioni palesemente errate.

Per scendere nel pratico parliamo della vicenda degli antiossidanti nella cura della vitiligine.I radicali liberi nella vitiligineTutto nasce per un articolo(1) del 1986 ad opera della Dott.ssa Shallreuter sulla prestigiosa rivista internazionale The Journal of Investigative Dermatology. In questo lavoro scientifico la dottoressa prova che la Tioredoxina reduttasi (normale enzima cutaneo) svolge il ruolo di diminuire il livello dei radicali liberi sulla superficie dei melanociti (le cellule che scompaiono nella vitiligine) e dei cheratinociti (le normali cellule della epidermide).

Fin quà niente di male, si asserisce il ruolo di un enzima nella cute sia di soggetti sani che in persone affetta da vitiligine, ma ben presto si inizierà a fare un errore mortale per la ricerca, si inizierà a misurare i radicali libero nella cute di soggetti affetti da vitiligine e a trovarlo aumentato e ad asserire che questa è la causa della vitiligine.
Asserire che siccome i livelli di radicali liberi sono aumentati nella vitiligine (come in tutte le malattie, ma proprio tutte...) allora la causa della vitiligine è questo aumento.

Questo nella scienza viene definito BIAS ovvero errore metodologico, asserire quanto detto prima, equivale a dire che "dal momento che dopo un incidente automobilistico, si ritrovano tanti pezzi di macchina in terra, è sufficiente tenere ben unite le parti di una macchina perchè non avvengano incidenti".
I radicali liberi infatti non sono altro che il prodotto di scarto del metabolismo di una cellula, questa normalmente ha un sistema per cui ricicla bene questi sottoprodotti e dunque la loro concentrazione non aumenta a cose normali, tuttavia qualsiasi stato patologico, da una semplice infiammazione a un tumore o una malattia autoimmune, distoglie il metabolismo cellulare da questo recliclaggio e dunque i radicali liberi aumentano.

Queste asserzioni sono assolutamente pacifiche per qualsiasi ricercatore o medico, tuttavia, negli ultimi 20 anni si sono dunque sottratti fondi e tempo dei ricercatori dietro ad un grave errore di metodologia.
Errore suffragato dalle riviste internazionali (che forse così peer reviewed, cioè controllate da altri autori, non sono) che negli anni hanno seguito ed incrementato questa follia scientifica con la quale a tutt'oggi mi tocca fare i conti quando un paziente arriva nel mio studio, carico di letture sulla propria patologia.
La teoria dei radicali liberi nella vitiligineAddirittura sono nati rimedi medici contro l'aumento dei radicali liberi (le colle dei pezzi delle automobili per intenderci) e dunque abbiamo visto la fulgida nascita di prodotti a base di antiossidanti per la cura della vitiligine ed altri ancora, ne siamo certi, nasceranno.

A volte, vi assicuro, quando siamo davvero stanchi ed il nostro interlocutore è particolarmente feroce sull'argomento, ci piacerebbe dire "certo, come no lo prenda, tanto non fa male, è naturale", tuttavia questo atteggiamento oltre a essere deontologicamente scorretto sarà fonte di fallimenti terapeutici che mineranno la fiducia dei pazienti verso i medici e la medicina, atteggiamento che, ne sono certo, è causa della distanza odierna fra questi due soggetti.
Aggiungere la pietra tombale a questa teoria non è affatto difficile e mi è capitato di farlo nel 2001 al 10th Annual European Society for Pigment Cell Research Meeting a Roma.
Per spiegarlo bene a dei non medici, come la gran parte di chi sta leggendo in questo momento, devo aggiungere delle spiegazioni prima di introdurre il fatto del 2001.
Paradosso dei radicali liberiPensare di curare la vitiligine eliminando i radicali liberi è come incollare i pezzi di una automobile pensando così di evitare gli incidenti La pelle delle persone di etnia caucaica o bianca, si pigmenta (abbronza ndr) con l'esposizione solare, per un semplice motivo, i raggi solari inducono il cancro perchè gli ultravioletti (sia A che B), passando attraverso gli strati cutanei, causano la formazione di grandissime quantità di radicali liberi, i quali a loro volta, interagendo con il nostro DNA alterandolo.
La natura ha dunque "inventato" uno stratagemma per non far entrare gli ultravioletti, la melanina. Melanina che infatti, nelle popolazioni africane, non abbandona mai la pelle.

Tornando al 2001 ed a quel fatidico congresso, subito dopo la relazione della Dott.ssa Shallreuter mi alzai per fare una semplice domanda: "Se la la vitiligine è causata dall'aumento dei radicali liberi, come mai il maggior produttore nella cute di radicali liberi, il sole, spesso è ragione di un grande miglioramento della malattia, come mai in sostanza i pazienti dopo l'esposizione solare non peggiorano enormemente?"
Stranamente a questa domanda la dottoressa non era preparata e dunque, dopo aver balbettato frasi sconnesse ha detto "grazie per la interessantissima domanda ma non ho tempo per rispondere, il congresso è in ritardo e devono parlare altri ricercatori".

Ma le obiezioni a questa "teoria" sono davvero centinaia, ad esempio sappiamo che nel malato di vitiligine la probabilità di avere un cancro cutaneo è diminuita, ma se la teoria fosse giusta è difficile da crederlo in quanto la prima causa di tumore della pelle sono proprio i radicali liberi in eccesso. Le balene libere della ricerca nella vitiligineLa teoria dei radicali liberi inoltre non si degna di spiegare nessuna delle peculiarità della malattia, come la sua bilateralità, la familiarità, l'associazione con altre malattie autoimmuni etc.

In realtà delle balene che nuotano nel mare della ricerca scientifica sulla vitiligine solo più sciocche si sono arenate su questa assurda teoria, dunque non preoccupatevi siamo molto vicini a comprendere alcuni meccanismi che giocano un ruolo chiave vero in questa malattia, meccanismi che sono influenzabili dalla terapia medica odierna.

Fonte: link
(giovedě 24 maggio 2012 alle ore 15:00)


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dolcissima
Salve,questo argomento è molto interessante,visto che negli ultimi anni gli antiossidanti contro la vitiligine sono stati un argomento costante nella quotidianità della mia famiglia....tanto da forzare mio figlio a prenderne 6 pastiglie quotidianamente....ed ora quello che leggo mi sconvolge...pensando di avere fatto del male invece che bene per la sua vitiligine-
(giovedě 24 maggio 2012 alle ore 20:19)
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chirie
molto interessante questa prospettiva, certo mi verrebbe da obiettare che quando c'è un incidente se i pezzi dell'auto sono legati bene con la colla il passeggero si fa meno male! Penso che sia chiaro che le macchie sono il sintomo di un qualcosa che sta dietro e che la medicina non è riuscita per ora a spiegare e che questo "qualcosa" genera anche un eccesso di radicali liberi. Però può ben essere che riducendo i radicali liberi "con un aiutino" diamo una mano all'organismo che non ce la fa da solo, almeno finchè non saranno in grado di spiegarci cosa è "qualcosa". Non mi aspetto che gli antiossidanti guariscano la vitiligine, ma forse possono attenuare i sintomi del "qualcosa", o no?
(venerdě 1 giugno 2012 alle ore 12:14)
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tempista
ANTIOSSIDANTI E ANTIRADICALI LIBERI

Antiossidanti è un termine veramente abusato nel mondo degli integratori da quando da si scoprì l'azione dei radicali liberi nel corpo umano.
La domanda fondamentale da porsi affrontando il tema degli antiossidanti e degl antiradicali liberi è:

come possiamo eliminare l'eccesso di radicali liberi che il nostro corpo non riesce a smaltire?
Ormai migliaia sono le sostanze che vengono definite antiradicali liberi e lo scopo di questo articolo è invece dimostrare che pochissime funzionano. Vediamo perché molte non funzionano, analizzando i meccanismi principali di fallimento.
Fallimento quantitativo – Č il caso dell'assunzione di frutta e verdura, perorato da molti nutrizionisti. Č decisamente ottimistico sperare che sia una mossa valida (certo la frutta non fa male, anzi! Ma non basta.). Per i dettagli si consulti l'articolo sull'integrazione vitaminica. Il fallimento quantitativo riguarda anche moltissime sostanze vendute come integratori. Il meccanismo è questo: la sostanza X interviene nella lotta ai radicali liberi, assumi la sostanza X e sei protetto!

Il problema è che la sostanza X costa parecchio e per poterla commercializzare con buon business viene venduta in quantità assolutamente insignificanti. Un esempio è l'acido lipoico (acido alfalipoico o tioctico). Le ricerche più moderne (Saengsirisuwan e al., 2004; Malarkodi e al., 2004) suggeriscono un dosaggio di 35 mg/kg di peso. Cioè un soggetto di 70 kg dovrebbe assumerne circa 2,5 g; in realtà per motivi commerciali si consigliano dosi di 600 mg. Considerando che 10 g di acido lipoico costano circa 50-60 euro, un'integrazione mirata (diciamo 2 g al giorno) costerebbe circa 300 euro al mese. Con un'integrazione più soft (0,66 g, un terzo) si avrebbero comunque dei risultati o si butterebbero via 30 euro al mese? Su questo punto si potrebbe discutere per giorni.
resveratroloUn altro esempio di fallimento quantitativo è rappresentato dai polifenoli, dai bioflavonoidi e dalle antocianine. Č noto il fallimento del tè verde come antitumorale. Un caso classico è il resveratrolo, contenuto nell'uva nera e osannato dai produttori di vino come grande antitumorale perché nemico dei radicali liberi. Perché il resveratrolo possa avere effetto, deve avere una concentrazione nel sangue consigliata di almeno 10 mg/l (Yu et al., 2003). In altri termini deve circolarne nel nostro corpo circa 50 mg. La buccia dell'acino di uva rossa contiene circa 50-100 microgrammi di resveratrolo/grammo di peso secco e la sua concentrazione nel vino rosso è dell'ordine di 0,3-0,5 mg/l. In altri termini dobbiamo bere circa 20 litri di vino al giorno (ammesso che il resveratrolo abbia una vita media di ben 24 ore!) per avere una protezione pari a quella che si ha nelle ricerche che lo hanno promosso. Si capisce come una dose di 1,5 l (già disastrosa per i danni epatici che provoca) sia dieci volte inferiore a una dose terapeutica. Che cosa può fare? Chi ridurrebbe a 1/10 la quantità ottimale di un farmaco, sperando che faccia comunque effetto?

Notate che tali numeri giustificano certe statistiche datate che promuovevano il vino rosso come antiossidante. Infatti prima si beveva molto di più: ciò consentiva da un lato un maggior effetto del resveratrolo e dall'altro una scarsa incidenza delle patologie cardiovascolari perché i danni epatici e nervosi dell'alcol erano una causa di morte che "preveniva" la morte per infarto.

Fallimento biologico – Se è vero che il resveratrolo non è assumibile in quantità apprezzabili dal vino, è pur vero che gli integratori che lo contengono sono correttamente dosati con posologia di 30-50 mg al giorno (non c'è cioè il problema del costo del prodotto come per l'acido lipoico). Purtroppo occorre considerare che quando assumiamo oralmente (per bocca) un integratore non è detto che l'intera quantità sia assorbita. Infatti nelle ricerche su animali e/o su umani le sostanze vengono iniettate, sia per maggior precisione nella posologia sia per evitare appunto problemi di assorbimento. L'esempio classico è quello del ferro, dove per avere una dose biodisponibile di 25 mg è spesso necessario somministrare per via orale quantità dieci volte superiori. Č anche il caso del resveratrolo, la cui dose orale "efficace" è stabilita in 500 mg, circa 8-10 volte superiore a quella che poi effettivamente circolerà nel sangue dell'individuo. Ciò fa salire ulteriormente il costo dell'integrazione.
Bisogna sottolineare come la biodisponibilità di una sostanza spesso dipenda dalla forma chimica nella quale essa viene assunta: alcuni composti del magnesio sono nettamente più assorbili di altri, così come per esempio la vitamina E sintetica ha i 2/3 di attività di quella assunta naturalmente. Diverso e curioso è il comportamento dell'acido folico, la cui assunzione sintetica è migliore di quella naturale.

Il problema dell'assorbimento non è certo l'unico legato al fallimento biologico dell'integrazione. Un altro problema è quello della vita media della sostanza all'interno del nostro corpo. In alcuni casi è necessario abbondare con una somministrazione perché l'emivita della sostanza (cioè il tempo in cui la concentrazione della stessa si dimezza) è talmente breve da portare quantità scarse a essere praticamente inefficaci. Ma c'è di peggio. Se leggete la parte finale dell'articolo sul glutatione, scoprirete che gli integratori di glutatione sono completamente inutili.

antiossidantiFallimento terapeutico – Altri antiossidanti sono sostanze molto semplici (selenio, rame, zinco) oppure non particolarmente complesse (come il betacarotene). Sono spesso proposti in maniera ottimistica, visto che in genere sono molto economici e si possono avere le dosi realmente efficaci a costi accettabili. Il vero problema è che tanto più una sostanza è semplice tanto più il nostro organismo la gestisce in modo diversificato e tende a utilizzarla in molti processi (si pensi all'acqua!). Ciò comporta che "esagerando" si vanno a toccare molti equilibri e la sostanza da utile diventa tossica.

Per esempio l'utilissimo rame ha una dose consigliata di 1,5-3 mg al giorno. Ebbene in molti individui un'assunzione prolungata di 3 mg al giorno produce un sovraffaticamento epatico e una dose di 10 mg (qualche settimana) produce stanchezza e nausea. Lo stesso per il selenio (che entra a far parte della glutation-perossidasi) dove la dose ritenuta tossica è di sole 5 volte superiore (350 contro 50 microgrammi per un soggetto di 70 kg). In sostanza per queste sostanze esistono tre tipi di problemi:

- controindicazioni evidenti se si supera una soglia di assunzione, soglia che non è poi molto lontana dalla dose giornaliera consigliata che si raggiunge facilmente con l'alimentazione.

- Posizione ottimistica di chi pensa che fornendo un solo elemento (per esempio il selenio) si possa attivare tutto un meccanismo che coinvolge decine di sostanze.

- Competizione fra le stesse sostanze antiossidanti (per esempio rame, ferro e zinco competono a livello intestinale con la stessa molecola trasportatrice che ne realizza l'assorbimento: si integra con zinco e si diventa carenti di ferro e di rame).

La soluzione – Chi vuole preparare un piano antiossidazione deve aver presente che:

- funziona solo sul lungo periodo (come detto più volte il risparmio dopo i 35 anni è di circa un terzo);

- Deve essere economicamente sostenibile;

- Deve essere continuo.

Infatti non ha senso fare cicli di antiossidanti per 2-3 mesi all'anno perché i radicali liberi si producono tutto l'anno! In pratica è necessario cioè che esistano sostanze di base che vengono sempre assunte e sostanze che possono essere aggiunte in particolari periodi dell'anno (per esempio di surplus sportivo). Tali sostanze di solito sono le più costose, mentre quelle di base sono le più economiche.
La proposta più sensata è di considerare come antiossidanti base la vitamina E e la vitamina C. I motivi sono i seguenti:

- sono economiche;
- Sono assumibili in dosi efficaci;
- A tali dosi non hanno controindicazioni.

Nonostante i tentativi di screditare l'integrazione vitaminica, non esistono ricerche significative in tal senso (per i dettagli si veda l'integrazione vitaminica). Nelle schede antietà si esamina un piano di integrazione. Come sostanza aggiunta abbiamo considerato il coenzima Q10, ma si poteva usare resveratrolo o acido lipoico. La scelta del Q10 è in gran parte motivata dal fatto che sono comparsi sul mercato cibi arricchiti con coenzima Q10 che rendono facile e poco dispendiosa l'integrazione.

Fonte: link
(domenica 22 luglio 2012 alle ore 20:15)
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